L’Europa sta decidendo come si misura il carbonio rimosso. E il biochar è tra i primi a entrare nel sistema.

biochar certificazione

Con le prime metodologie di certificazione del carbon removal, l’Unione europea dà una misura comune a qualcosa che finora non ce l’aveva: la CO₂ tolta dall’atmosfera e trattenuta nel tempo. Riguarda i produttori di biochar, ma non solo loro.

In questi anni le imprese hanno imparato a contare la CO₂ in una direzione sola: quella che emettono.

Bilanci di sostenibilità, inventari Scope 1, 2 e 3, piani di decarbonizzazione misurano tutti la stessa cosa, cioè quanto carbonio un’attività rilascia e come ridurlo. Il carbonio che un processo o un materiale riesce invece a trattenere è rimasto a lungo senza una misura condivisa. Ogni standard privato aveva la propria definizione, e chi acquistava rimozioni di CO₂ doveva fidarsi del venditore.

Da maggio 2026, in Europa, questa misura prende forma.

 

Cosa ha deciso l’Europa

Il quadro è stato approvato nel 2024 con il Regolamento (UE) 2024/3012. È il primo sistema europeo per certificare tre tipi di attività: le rimozioni permanenti di carbonio, la carboniocoltura e lo stoccaggio del carbonio nei prodotti.

Mancavano però le regole operative. Sono arrivate il 3 febbraio 2026, quando la Commissione ha adottato le prime tre metodologie di certificazione: la cattura diretta di CO₂ dall’aria, la cattura di CO₂ di origine biologica con stoccaggio geologico e il biochar. Il regolamento delegato è in vigore dal 7 maggio 2026. Da quel momento gli standard di certificazione possono chiedere alla Commissione di essere riconosciuti, passaggio necessario prima di poter certificare i progetti. Le prime domande sono in valutazione e i primi crediti certificati sono attesi entro la fine dell’anno.

 

Una misura comune

La certificazione è volontaria: nessuna impresa è tenuta a usarla.

biochar certificazione

La sua importanza sta altrove. Per la prima volta è l’Unione europea a stabilire cosa conta come tonnellata di CO₂ rimossa, come se ne garantisce la durata, chi la verifica e dove viene registrata. Ne derivano maggiore trasparenza, una credibilità che finora dipendeva dal singolo standard e le condizioni per un mercato vero. La Commissione ha già annunciato un “Buyers’ Club” europeo per aggregare la domanda delle imprese.

C’è poi un effetto meno esplicito, ma prevedibile. 

Quando un valore diventa misurabile con regole uguali per tutti, prima diventa confrontabile, poi entra nelle richieste di clienti, investitori e committenti. 

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Cos’è il biochar, in breve

Il biochar si ottiene riscaldando biomassa, come residui agricoli, potature e scarti legnosi, in assenza o quasi di ossigeno. La norma europea fissa una temperatura minima di 350 °C. Invece di bruciare, la biomassa si trasforma in un materiale solido e poroso, composto in gran parte da carbonio.

La pianta, crescendo, ha assorbito CO₂. Se si decompone o viene bruciata, la restituisce all’atmosfera in pochi anni. Trasformata in biochar, una parte consistente di quel carbonio assume una forma abbastanza stabile da restare intrappolata per secoli, nel suolo o nei materiali in cui viene incorporata. Per questo il biochar è considerato una tecnologia di rimozione e non solo di riduzione.

 

Il perimetro della certificazione

La domanda che si pongono in molti è se tutto questo riguardi anche chi il biochar non lo produce.

La risposta dipende da un aspetto della norma che raramente viene messo in evidenza. La metodologia non certifica il biochar in quanto tale, ma il biochar nel punto in cui il carbonio viene effettivamente stoccato. Oggi i casi ammessi sono due: 

1. l’applicazione al suolo (agricolo, forestale, in serra, urbano);

2. l’incorporazione in cemento, calcestruzzo o asfalto.

Il valore del biochar certificato si realizza quindi lungo la filiera di qualcun altro. Per alcuni settori l’opportunità è già diretta, per altri passa dalla catena di fornitura.

 

Cosa cambia per le filiere

biochar certificazione

Nell’edilizia la certificazione si applica già: calcestruzzo, cemento e asfalto con biochar rientrano nel perimetro della metodologia, mentre pannelli, isolanti e intonaci per ora ne restano fuori. Entro la fine del 2026 la Commissione prevede anche una metodologia dedicata allo stoccaggio del carbonio negli edifici. Oggi un edificio si valuta per la sua classe energetica. In prospettiva potrebbe essere valutato anche per la quantità di carbonio immagazzinata nei materiali con cui è costruito.

Lo stesso vale per l’agricoltura. Il biochar applicato al suolo può migliorarne la struttura e la capacità di trattenere acqua e nutrienti, e allo stesso tempo stoccare carbonio certificabile. Con le metodologie per la carboniocoltura adottate a luglio 2026, per le aziende agricole si apre la possibilità concreta di generare valore anche attraverso servizi ecosistemici certificati, oltre che con ciò che producono.

Per arredamento e manifattura il discorso è diverso, perché oggi non esiste un percorso di certificazione per i materiali che incorporano biochar. Qui il valore passa dalla catena di fornitura. I grandi committenti chiedono ai fornitori dati sempre più precisi sull’impronta climatica dei prodotti, perché quei dati entrano nella loro rendicontazione. Un’analisi del ciclo di vita condotta con metodo può rendere visibile il carbonio trattenuto da un materiale, e il vantaggio competitivo potrebbe spostarsi dal solo design o prezzo al contributo climatico documentato del prodotto.

 

Uno sguardo avanti

Per anni abbiamo lavorato per rendere i prodotti meno impattanti, riducendo passo dopo passo le emissioni lungo la filiera. Oggi si intravede la possibilità di andare oltre: progettare prodotti che non solo emettono meno, ma che contribuiscono anche a trattenere carbonio. La normativa non chiede questo alle imprese. Ma, dando per la prima volta una misura comune al carbonio stoccato, apre uno spazio in cui innovazione e sostenibilità possono crescere insieme.

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