A come acronimi: perché la sostenibilità ne ha così tanti e di quali non si può fare a meno?

“Certo che già è difficile, poi in più con tutte ‘ste parole incomprensibili…”

A chi, cercando di capire in che modo rendere più sostenibile l’azienda per cui lavora, non è successo di pensarlo? 

Noi, come start-up, siamo nati da circa un anno, ma è bastato questo lasso di tempo per metterci davanti alla consapevolezza che nel percorso che ci preparavamo a costruire con le organizzazioni c’è sempre un grande ostacolo, soprattutto all’inizio: il linguaggio. 

 

La sostenibilità è importante, e su questo siamo tutti d’accordo; bisogna agire in fretta, non c’è dubbio; un bilancio di sostenibilità è uno strumento di valutazione, di azione e di comunicazione, perfetto. Sui valori e sulla direzione, per fortuna, non c’è molto da discutere.

Quando si scende sul piano pratico, però, bisogna farsi capire, bisogna far comprendere all’altra parte che come sarebbe meglio agire e perché. Ed è lì che arriva il problema.

Perché molto spesso, per chi non lavora direttamente nel campo della sostenibilità (come, ad esempio, chi dirige un’azienda) provare a informarsi su questo tema può essere davvero come addentrarsi in una giungla di terminologie scientifiche, parole in inglese, acronimi o riferimenti a norme che rendono davvero difficile comprendere ciò che si sta leggendo. 

Questo succede in tutte le discipline, certo, ma nel caso della sostenibilità, visto che le azioni da intraprendere possono andare a toccare anche l’ambito degli investimenti e delle performance di un’azienda, meglio fare chiarezza.

La chiarezza, la trasparenza, l’ordine, sono concetti che hanno molto a che fare con la sostenibilità perché servono ad arginare l’entropia: più gli elementi sono mescolati tra loro, più si genera entropia; più il sistema è entropico, meno è sostenibile. 

Lo stesso approccio si applica anche all’informazione: la mole disorganizzata e contraddittoria di informazioni che si trovano sul tema di cui ci occupiamo rendono molto complesso distinguere i vari concetti, la loro relazione e le priorità. Se questa massa informe viene sbrogliata e resa fruibile renderà comprensibili temi che possono avere degli effetti importanti sul futuro dell’organizzazione (oltre che del pianeta e della società), se invece rimane caratterizzata da caos e confusione non riuscirà mai a compiere il suo intento informativo oppure, peggio ancora, rischierà di diventare fuorviante se predilige alla chiarezza un’eccessiva semplificazione.

Gli acronimi sono un ottimo esempio (non a caso li abbiamo scelti come primo argomento di questi articoli, non solo perché è una parola che inizia per A): sotto un’apparente semplicità, funzionale a pronunciare e scrivere in maniera più veloce una serie di parole, rischiano di non far emergere il vero significato di ognuna, trasformando in una serie di lettere priva di significato gli elementi che compongono e influenzano il tutto.

Perché negli acronimi, come nell’informazione, come nelle organizzazioni, niente è monodimensionale, ma i vari livelli ed elementi si incontrano e si influenzano a vicenda.

E infatti l’acronimo a cui tutti facciamo riferimento in tema di sostenibilità è:

 

ESG: Environmental (ambiente), Social (società), Governance. Sono le tre dimensioni su cui le organizzazioni innanzitutto devono considerare per raggiungere i propri target di sostenibilità e non è possibile, a conferma della connessione tra dimensioni, avere buoni risultati su una tralasciando le altre.  

 

Per analizzare gli obiettivi di sostenibilità di un’azienda, generalmente si fa riferimento a due approcci:

  • win-win: la sostenibilità dell’impresa sta nell’intersezione delle tre aree e quindi gli aspetti di sostenibilità economica, ambientale e sociale possono essere raggiunti simultaneamente 
  • trade-off: è impossibile raggiungere contemporaneamente due o più obiettivi, quindi bisogna soppesare una perdita in almeno una dimensione contro un guadagno nelle altre.

 

La differenza tra i due approcci sta nel fatto che con il primo si rischia di porre obiettivi meno ambiziosi, ma si riduce il livello di conflittualità, mentre con il secondo il livello di conflittualità delle parti è più alto, ma gli interventi possono dimostrarsi più radicali. Di fatto, però, non c’è un approccio più corretto di un altro, poiché entrambi riescono a far compiere passi avanti lungo la strada verso la sostenibilità, che però devono essere correttamente valutati e rendicontati.

Per farlo, uno dei metodi è seguire i 

 

GRI standard: gli standard definiti dal Global Reporting Initiative, un ente internazionale senza scopo di lucro. Sono un punto di riferimento a livello globale per permettere alle organizzazioni di misurare e comunicare, con il massimo livello di trasparenza, le performance in termini di sostenibilità.  

 

Ma, andando al cuore pratico della questione, perché un’azienda dovrebbe preoccuparsi non solo di intraprendere un percorso di sostenibilità, ma anche di rendicontarlo? A livello normativo, infatti, l’obbligo non c’è, però possiamo spiegare perché dovrebbero farlo attraverso un paragone con qualcosa di più grande.

Da pochi giorni si è conclusa la COP28 (Conference of Parties, sempre per restare in tema di acronimi), la riunione annuale dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNCCC, eccone un altro). Al termine di ogni COP viene stilato un accordo politico sugli impegni che le nazioni si assumono per intensificare l’azione globale volta a ridurre la crisi climatica. Non si tratta, quindi, di definire nuove leggi, ma di accordarsi per lavorare sul piano di una responsabilità condivisa per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Allo stesso modo, quello che si chiede alle aziende non è di seguire regole precise, ma di essere consapevoli della propria

 

CSR: Corporate Social Responsibility, ovvero la responsabilità di integrare, su base volontaria, politiche aziendali a tutela della società e dell’ambiente.

 

Le parole volontarietà e responsabilità, nel campo della sostenibilità, sono concetti chiave: se infatti in questo momento non esiste nessun vincolo legale sovranazionale a intraprendere una transizione sostenibile, l’Unione Europea ha reso obbligatorio che le aziende rendano pubbliche le azioni e i risultati che scelgono o non scelgono di perseguire, consapevoli che i dati condivisi potranno avere ripercussioni sull’immagine e la reputazione dell’azienda stessa.

 

“Il passaggio che stiamo chiedendo alle aziende di fare è difficile ma fondamentale: quello di abbandonare gli obiettivi di una crescita lineare per perseguire una crescita che si sviluppi in sintonia con la parte E e S dell’acronimo ESG. Noi, nello specifico, mostriamo alle organizzazioni che questo cambio di prospettiva non solo può essere proficuo, ma è soprattutto fattibile e che il business sostenibile è una possibilità reale”

Francesco Aleotti, Postdoctoral Researcher presso L’università degli Studi Milano – Bicocca 



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