Sta per arrivare una normativa europea che costringerà chi produce e chi vende abbigliamento (in Europa) a ripensare i suoi processi. Ad essere coinvolti saranno i grandi marchi, ma anche le tante piccole e medie imprese italiane del tessile e della moda, e per loro il nostro Chief Knowledge Manager, Francesco Aleotti, che ha studiato i dettagli della normativa passo dopo passo, ha un consiglio molto chiaro:
«Le aziende che iniziano oggi a occuparsene arriveranno alle scadenze con un vantaggio reale. Chi aspetta si ritroverà a rincorrere norme, costi e complessità nello stesso momento».
Francesco Aleotti
Di cosa si tratta? In sintesi: tra qualche anno, ogni capo di abbigliamento venduto in Europa dovrà avere una sorta di “etichetta digitale” scansionabile, che racconta da dove viene il tessuto, chi lo ha lavorato e quanto è riciclabile. Oggi le aziende possono scegliere quanto raccontare della propria filiera: tra poco sarà un obbligo di legge, uguale per tutti quelli che vogliono vendere nel mercato europeo.
Un settore a due velocità
Da un lato ci sono i marchi che da anni investono in filiere più sostenibili; dall’altro le aziende che puntano tutto su produzione rapida e prezzi bassi, spesso a scapito delle condizioni ambientali e sociali lungo la filiera. Nel mezzo restano i costi: fare le cose per bene ha un prezzo, e non sempre il consumatore è disposto a premiarlo da solo.
Un esempio su tutti è Patagonia, che ha dimostrato come trasparenza di filiera, durabilità dei prodotti e responsabilità ambientale possano diventare il cuore di una strategia vincente, non un semplice accessorio comunicativo. Patagonia non ha aspettato le norme: le ha anticipate, trasformando i vincoli in valore e fidelizzando sempre di più i clienti. Con la nuova normativa europea, questo cambio di prospettiva diventerà necessario per tutti gli altri.
I numeri aiutano a capire quanto sia in gioco: il settore tessile-abbigliamento europeo genera circa 170 miliardi di euro di fatturato, dà lavoro a 1,3 milioni di persone e conta quasi 200.000 imprese (fonte: EURATEX/EEA, 2023). Le famiglie europee, dal canto loro, spendono in abbigliamento circa 282 miliardi di euro l’anno.
Cosa cambia, in pratica
A muovere le cose è una normativa europea entrata in vigore nel 2024, che punta a rendere più sostenibili moltissimi prodotti venduti in Europa lungo tutto il loro ciclo di vita. Il tessile è uno dei settori considerati prioritari, e le novità che peseranno di più sulle imprese sono due: non si potrà più distruggere l’invenduto, e ogni capo dovrà avere il suo “passaporto digitale”.
Il divieto di distruggere abbigliamento e calzature invendute è già legge, e si applicherà alle grandi imprese dal 2026 e alle medie dal 2030 (le micro e piccole imprese restano escluse). Non è un dettaglio da poco: oggi una parte non trascurabile dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo viene distrutta senza mai essere utilizzata, con un impatto ambientale importante.
Il Passaporto Digitale di Prodotto è la novità più profonda: arriverà più gradualmente, con i dettagli tecnici attesi tra il 2027 e il 2028 e l’obbligo pieno intorno al 2029. Ma il principio è già chiaro oggi, e riguarda tutti: le aziende dovranno iniziare a misurare e documentare la durata, la riparabilità, la riciclabilità e l’impatto ambientale dei propri prodotti.
«Trattare questa normativa come un problema di compliance da risolvere a ridosso della scadenza è un errore» dice Francesco Aleotti. «Chi integra la sostenibilità nel processo creativo fin dall’inizio non solo si mette al riparo dai rischi normativi, ma costruisce prodotti più resilienti, più facili da riciclare e più difendibili sul mercato.»
Chi volesse entrare nel dettaglio tecnico della normativa (scadenze precise, parametri, atti delegati) può contattarci, ma qui vale la pena di fermarsi sulla sostanza.
Cosa significa per le PMI italiane della moda
Per le PMI italiane del settore, che siano fornitrici di brand internazionali o vendano con il proprio marchio, questo scenario porta implicazioni molto concrete.
Il divieto di distruggere l’invenduto apre più strade di quante ne chiuda: nascono opportunità legate a take-back, riuso e upcycling, mentre premia chi produce in modo efficiente, con meno scarto in produzione e in vendita. Il modello del “tutto e subito” viene messo davvero alla prova.
Il Passaporto Digitale è una sfida più complessa: serve costruire un’infrastruttura dati, ripensare il processo di ideazione del prodotto, sapere davvero da dove arrivano i propri materiali.
«Per le PMI dell’abbigliamento, la tracciabilità della filiera è ormai una questione di accesso al mercato» racconta Francesco Aleotti. «Le aziende che oggi non sanno rispondere alla domanda “da dove viene questo tessuto e chi lo ha lavorato?” si troveranno presto a non poter vendere in Europa. Mappare la propria filiera è il primo passo, e va fatto adesso.»
Le aziende che iniziano oggi a mappare la filiera, raccogliere dati sui fornitori e costruire una vera governance della sostenibilità arriveranno alle scadenze con un vantaggio competitivo reale.
«La sostenibilità deve essere parte integrante del mindset con cui si progetta» conclude Francesco Aleotti, a sottolineare come il passaporto del prodotto porti con sé, prima di tutto, un cambiamento culturale.
La domanda che vale davvero la pena porsi oggi non è più “siamo obbligati?”. È: “siamo pronti?”
La normativa in breve
Di cosa si tratta
• ESPR (Regolamento UE 2024/1781), in vigore dal 2024: legge europea che punta a rendere più sostenibili i prodotti venduti in UE lungo tutto il ciclo di vita
• Il tessile-abbigliamento è tra i settori considerati prioritari
Novità principali
• Stop alla distruzione dell’invenduto: vietata per le grandi imprese dal 2026, per le medie dal 2030. Micro e piccole imprese escluse.
• Passaporto Digitale di Prodotto: un’etichetta digitale su ogni capo con origine, materiali e riciclabilità. Dettagli tecnici attesi tra il 2027 e il 2028, obbligo pieno intorno al 2029.
Chi riguarda
Tutte le aziende che vendono abbigliamento in Europa, comprese le PMI italiane che riforniscono brand internazionali o vendono con il proprio marchio.
Cosa conviene fare
da subito
Cominciare a mappare la filiera e raccogliere dati sui fornitori, anche prima che arrivino le scadenze definitive.